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Mercoledì, 26.07.2017

Doyle Brunson: Come non lo avete mai visto
am Thursday, May 22, 2014

Per la prima volta Doyle Brunson si è raccontato non solo nel poker ma anche fuori da esso. Un “Texasdolly” a 360 gradi potremmo dire. Insomma Brunson resta Brunson, anche nell’era de fenomeni online. Possiede 10 braccialetti delle wsop e questo basta per attirare l’ammirazione e la simpatia della gente. Non a caso quando nei vari tornei viene eliminato è solito vedere gli altri giocatori alzarsi in piedi e regalarli una standing ovation, in segno di rispetto. Ma ci sono altre cose che non sapevamo di Brunson e che lui ha raccontato negli scorsi giorni, intervistato direttamente dagli appassionati di poker. Texasdolly

“Gioco da sessanta anni e non ho mai perso. Ho sempre giocato esclusivamente con i miei soldi e cercato di rubare segreti da tutti quei giocatori che ritenevo al di sopra della media o comunque migliori di me”. In sessanta è cambiato molto e Brunson lo sa bene. “Prima potevi prendere parte a certe partite solo se venivi invitato. E per essere invitato dovevi essere un giocatore con un’ottima reputazione e con tutte le carte in regola. Adesso non è più così, ma grazie alla TV e a tutti i media, godi sicuramente di vantaggi e benefici maggiori rispetto a 50 anni fa”.

Però fra gioco live e gioco on-line non ha dubbi. “Si ho giocato qualche volta online e avevo anche una room tutta mia. Ma diciamo che non è proprio fra le mie cose preferite. Penso che online sia molto più facile vincere con mezzi non proprio legali come le collusion”.

Insomma Brunson è uno della vecchia scuola, cresciuto e vissuto in mezzo ai tavoli. “La mia sessione più lunga è stata di cinque giorni consecutivi ad un tavolo, dove bevevo quasi esclusivamente caffè. Diciamo che il giocatore più forte è quello che sa prendere la giusta decisione anche nei momenti di stanchezza o di poca lucidità. Il mio punto di forza è sempre stato quello di non farmi mai prendere in contropiede da questi fattori. Vivo per circa 300 giorni l’anno ai tavoli del Bellagio e mi diverto come se fosse sempre il primo giorno. La mia vittoria più alta ad un tavolo? Circa 700 mila dollari negli anni ottanta. Tanti soldi per l’epoca. E da un tavolo ci si alza solo se questo non è profittevole”.

Brunson però non è uno che ama molto lodarsi e sa anche riconoscere i propri limiti. “Ho provato numerosi business nella mia vita, molti dei quali non sono andati a buon fine. Però ognuno di essi mi ha insegnato qualcosa. Il mio punto debole sono state e saranno sempre le scommesse sportive. Scommetto su qualunque evento sportivo in corso e in questo momento mi sto concentrando sui play off di NBA”.

Inevitabile qualche giudizio sui colleghi di un tempo ma anche su quelli del presente. “Fra quelli del presente Phil Ivey credo sia senza dubbio il più completo e il più forte. Fra quelli del passato metto al primo posto nel texas hold’em Johnny Moss. Il più forte che io abbia mai affrontato. Stu Ungar era a sua volta una macchina per stampare i soldi a questo gioco, ma aveva il difetto di non saper accettare la sconfitta. Infine Chip Reese era il player più forte alle varianti. Era molto simile a me sotto il profilo della tenuta mentale, anche nei momenti di stanchezza”.

Non solo poker però nella vita del dieci volte braccialettato. “Sono un buon giocatore di Bridge. Per anni mi sono dilettato in questo bellissimo gioco. Una volta ho anche battuto una leggenda del bridge, come Oswald Jacoby. Una grande emozione. Scommesse a parte però, il mio gioco resta il poker. I giochi da casinò non li guardo neanche”.

Ma l’emozione più grande provata da Brunson in sessanta anni non riguarda una sua vittoria. “Il momento più forte della mia carriera è stato quando ho visto mio figlio Todd vincere il braccialetto alle WSOP. E’ stato l’apice della gioia per il sottoscritto”. Un braccialetto, l’undicesimo, che Brunson proverà ad inseguire fra pochi giorni, alla 45° edizione delle WSOP. E siamo sicuri che il tifo sarà tutto dalla sua parte.